SARAH ROBINSON, Nesting. Fare il nido

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Sarah Robinson, Nesting. Fare il nido: Corpo, Dimora, Mente, [Nesting: Body, Dwelling, Mind, 2011] tr.it. Cristina Pascotto, Pordenone, Safarà Editore, 2014

Recensione di Salvatore Grandone

Il lavoro di Sarah Robinson traccia un percorso di senso all’interno dell’abitare. La metafora del nido è il centro da cui si sviluppa la meditazione dell’autrice che ripensa la dimora a partire dalla relazione uomo-ambiente, colta nei suoi aspetti affettivo-esistenziali e non solo cognitivi. Il nido è il simbolo di una dimora costruita dal corpo e per il corpo in cui l’uomo indugia e ritrova il tempo, i suoi possibili, il senso del proprio essere al mondo. Robinson critica l’approccio dualistico di matrice cartesiana che separa il corpo dalla mente e in particolare la distinzione tra qualità primarie e secondarie. Le recenti scoperte in ambito neuro-fisiologico e psicologico dimostrano infatti che «le esperienze dell’udire, del vedere, del sentire e del gustare risultano dalla nostra unica polifonia di fattori personali, biologici, ambientali, sociali e culturali» (p. 55) e pertanto sono dei fenomeni né interamente soggettivi, né completamente oggettivi. L’abitare non può dunque essere progettato solo in base a criteri di funzionalità, di efficienza o, cadendo nell’eccesso opposto, per esprimere dei valori estetici astratti senza alcun riferimento al modo in cui il nostro corpo vive lo spazio. Le abitazioni devono piuttosto articolare conscio e inconscio, riflettere la luce e l’oscurità, configurarsi, in ultima istanza, come delle estensioni di una mente incarnata. Le dimore non vanno meramente occupate, ma “giocate” in molteplici modi e vissute come dei campi di forza.

Ne deriva un’immagine nuova dell’architettura: «continuare a considerare l’architettura come un oggetto significa mancare le possibili espressioni  di relazioni tra noi stessi e il nostro mondo. Immaginate invece un campo, aperto ed esteso, che racchiude una forza vincolante di esperienza potenziale. La parola field [campo] ha origine dalla parola fold [piega]. Siamo tenuti in pieghe di terra, alba e tramonto. I nostri corpi sono pieni di pieghe, e così i nostri cervelli, le nostre labbra e i nostri occhi (….). Il nostro sé migliore non è circoscritto nei nostri cervelli, ma abita le nostre relazioni intime, empatiche ed ecologiche con questo mondo di legno, pietra, ossa e pelle» (pp. 171, 172).  Un autentico abitare dischiude una polifonia di relazioni e del resto l’uomo non è pensabile al di fuori dei suoi incontri con l’ambiente. Questa è forse la lezione più profonda del testo di Robinson: il superare ogni concezione sostanzialistica dell’uomo e dell’abitazione. L’autrice conduce infatti il lettore a scorgere nell’uomo un’essenza-nido che si esprime in un fare-essere, nel costruire relazioni, nel dare luoghi allo spazio, nel riempire di amore e attenzione il nostro soggiorno nel mondo.